In principio fu Masterchef.
Poi seguirono mille altre trasmissioni che, con alterno successo, hanno portato nelle case di milioni di italiani gli chef stellati.

Cracco e Barbieri, e poi Bottura e Cannavacciuolo, Oldani e Beck, Esposito e la Klugmann, Locatelli…. solo per citare i più televisivi.
Figure quasi mitologiche, semi-dei agli occhi di telespettatori diventati improvvisamente esperti di nouvelle cuisine che in realtà, nel segreto delle loro case, disdegnano l’idea di affrontare una cena in un ristorante menzionato e celebrato dalla guida rossa.
I motivi sono diversi. In primis il timore, in alcuni casi senza dubbio fondato, di dover accendere un finanziamento prima di entrare in locali di questo tipo e a seguire, questo un po’ meno vero, quello di doversi fermare, appena usciti, a prendere un panino con la porchetta per placare la fame che minuscole porzioni non solo non hanno placato, ma se possibile hanno alimentato.
La realtà, a mio avviso, è un’altra.
La qualità non è necessariamente direttamente proporzionale al numero delle comparsate televisive dello chef. In alcuni casi è addirittura vero il contrario e lo sanno bene i misteriosi ed anonimi ispettori Michelin (e qualche chef troppo spesso in giro per l’etere… vero C.C.?).
Un menù degustazione è il più delle volte capace di saziare molto più di una cena nel ristorante sotto casa.
Il momento del pagamento non è mai semplice da affrontare, a meno di essere un magnate della finanza, un principe del foro o una star del jet set. Ma rende conto di un’ambiente curato nei minimi dettagli, di uno staff di sala e di cucina tanto preparato, quanto numeroso, di una spasmodica ricerca di ingredienti qualitativamente perfetti, esotici o autoctoni che siano, di tecniche di preparazione complesse e non da ultimo del genio dello chef.
Mangiare in uno stellato, non è andare al ristorante.
E’ vivere un’esperienza.
Sono sensibilità diverse, ma è come visitare un museo o scoprire uno scorcio inatteso in un panorama di montagna durante un trekking.
Nello stesso modo in cui ci si può emozionare incrociando lo sguardo della Gioconda nella galleria del Louvre, qualcosa di analogo ad una sindrome di Stendhal può colpirti mentre una forchetta ti mette in contatto con un boccone di piccione fondente di Niko Romito.

