Un po’ per noia, un po’ riscoprendo passioni sopite, non potendo godere dei piaceri della ristorazione professionale, in questi giorni di segregazione forzata le cucine d’Italia si sono trasformate, con alterni successi, in laboratori gastronomici.
E, facendo di necessità virtù, il nido del corvide, non è voluto essere da meno.

Cercando di coniugare quell’immancabile voglia di sperimentare con preparazioni e tecniche non propriamente professionali, abbiamo tirato fuori un menù che ci ha soddisfatto. Lo dico senza eccessivo autocompiacimento.
Il pranzo si apre con la classica torta salata: semplice pasta matta, realizzata quindi solo con acqua e farina, ripiena di ricotta e spinaci e, per ribadirne la pasqualità, un ovetto, proprio lì al centro.

Semplice, semplice, ma immancabile tradizionale apertura del pranzo di Pasqua.
Decidiamo di continuare con un marbled chinese tea egg su un nido di pan di zucchero e asparagi.

Il chinese tea egg è un tipico snack cinese, molto diffuso, anche come street food. L’uovo viene cotto per sei, sette minuti, così da sodarlo, pur lasciando il tuorlo cremoso; raffreddato, va poi messo in infusione per almeno una giornata in una salsa realizzata con tè nero e spezie. Rompendo delicatamente il guscio con il dorso di un cucchiaio, il liquido penetrerà all’interno in maniera più intensa in corrispondenza delle crepe e, oltre a conferire all’albume un intenso sapore speziato, creerà sulla superficie un effetto marmorizzato.

Un timballino di taglierini all’uovo è il nostro primo, cui facciamo seguire un arrosto di vitella farcito con verdure e frittata; è noto che Pasqua sia la fiera delle uova e non possono mancare in nessuna portata… con buona pace del mio colesterolo.
Una bottiglia di Savigny-Les-Beaune del 2015 ha accompagnato tutto il pasto; un Borgogna rotondo e ben bilanciato, che all’eleganza tipica di un vino francese unisce un gusto deciso che ben si sposa con i latenti sapori forti del pranzo pasquale.

Il dessert, invece, è stato per noi sperimentazione pura: charlotte ai frutti di bosco.

L’occhio è fortemente penalizzato da imperizia e mancanza di basici supporti tecnici, come ad esempio uno stampo adatto. Ne è saltato fuori un cubotto, un po’ instabile e scarsamente rifinito, ma da un gusto che ci ha soddisfatto appieno. Il degno fine pasto di un giorno di festa.
Torneremo a godere della sapiente arte di chef professionisti. Ma nel frattempo…


